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Set 0919

L'uomo Nel Mirino (The Gauntlet, 1977) di Clint Eastwood

Pubblicato da Gabriele Niola alle 12:47 in Anni '70


Fin da subito i film di Eastwood hanno questa caratteristica magnetica per la quale ad ogni inquadratura non puoi fare a meno di anelare per quella che verrà dopo. C'è una sorta di godimento e contemporaneamente di rilassamento indotto dal modo che Eastwood ha di far susseguire le immagini del racconto, un andamento rilassato eppur solido che riesce a portare a termine anche i compiti più ingrati.

L'uomo nel mirino appartiene alla prima parte della produzione eastwoodiana, quella pre-Gli Spietati, quella nella quale sparare non era mai un problema ma spesso la soluzione. E così succede in questo film. Tripudio di pallottole e iperbolica dimostrazione di possesso di piombo.
Su un canovaccio classico (un poliziotto odiato dal sistema deve scortare da una città ad un'altra una prostituta detenuta e possibile testimone contro un pezzo grosso, quasi subito scoprirà che c'è chi non vuole ci arrivi) Clint inserisce personaggi ancora più classici (la prostituta di buon cuore e il poliziotto bravo e retto ma in attesa di qualcosa che lo smuova dalla depressione) per una storia a due che devia dal tracciato e sfocia quasi nel metafisico.

Sebbene lontano dalla rarefazione della seconda parte della sua carriera è comunque innegabile come Clint profonda un rigore unico anche nelle sue prime pellicole, un passo certo e sicuro da grande maestro che rende godibile e quasi morale anche questa storia.
Lug 0920

Buttati Bernardo! (You're A Big Boy Now!, 1966) di Francis Ford Coppola

Pubblicato da Gabriele Niola alle 22:50 in Anni '60


Primo film di Coppola dopo la fase degli horror cormaniani Buttati Bernardo! è una commedia tipicamente anni '60 (ma come mai la roba degli anni '60 invecchia molto di più di tutto ciò che l'ha preceduta e seguita?) con tutti i limiti del caso.

Non mi stupisce infatti che l'umorismo sia profondamente lontano da quello odierno nè che abbia una struttura quasi da Benny Hill (come moltissime commedie di quegli anni finisce con un inseguimento tra i protagonisti), mi stupisce che non riesca a parlare di sentimenti che è ciò che Coppola, anche nei momenti più infami della sua filmografia è riuscito a fare meglio.

Buttati Bernardo! poi è anche scritto dal buon Francis e dovrebbe rientrare, cronologicamente, in quel magico periodo in cui era responsabile dei propri lavori in toto, in cui faceva il cineasta indipendente e girava come gli pareva. Quel periodo pre-Padrino che lui stesso ha spesso rievocato come uno di quelli professionalmente più soddisfacenti.

Buttati Bernardo! invece è irrisolto su molti fronti. E' una commedia con velleità alte, che ha una forte componente critica nei riguardi della generazione dei genitori (opprimenti, oscurantisti, bigotti e incapaci di vero affetto) e promuove il libertarismo hippy più banale (anche in materia di droghe) senza riuscire mai a connetterlo ad un'esigenza o un'insofferenza vera. E poi con le metafore più ridicole (l'aquilone!! (a proposito qui un sito di aquiloni e cinema)).
Lug 0911

Johnny Guitar (id., 1954) di Nicholas Ray

Pubblicato da Gabriele Niola alle 22:47 in Anni '50


Finalmente recupero quest'immancabile della filmografia di Nicholas Ray, un film assolutamente all'altezza delle lodi arrivate da tutte le parti, uno straordinario western non-western. E poi ogni western, ma che dico?! Ogni film! con Ward Bond andrebbe visto.
Infatti Johnny Guitar sembra che sia stato scritto per essere un perfetto film western ma poi diretto per essere un noir. E probabilmente è così visto che il soggetto viene da un romanzo.

I temi messi sul piatto infatti sono classici del genere. C'è la donna contesa (c'è anche un uomo conteso), c'è la frontiera che scompare per l'arrivo della ferrovia, un accenno di fine del mito del west, c'è l'uomo solo contro tutti e c'è pure lo showdown finale. Ma poi nello svolgersi il film adotta strategie da vero noir perchè racconta di personaggi disperati che hanno un passato da lasciarsi alle spalle (che è una cosa tipica dei film di Ray), che vogliono amarsi contro tutti e soprattutto contro il destino, racconta di un mondo violento sia fisicamente che moralmente, utilizza i mutamenti di atmosfera per parlare dei mutamenti interni ai personaggi ed è anche lungamente ambientato in un locale.

Ma quest'unione non basta. Johnny Guitar infatti va ancora più in là utilizzando il colore in una maniera originalissima (anche perchè lo standard usato era lo stranissimo Trucolor) per comunicare con più forza il sottotesto del film, sulla tolleranza e l'imperante caccia alle streghe, ma anche le passioni (con tutta la metafora del fuoco che sfocia nell'incendio).
Esiste un rigore e una lucida geometria nel descrivere i sentimenti che pervade l'intera pellicola e che fa sì che i personaggi archetipi sia da western che da noir risultino credibili e veri pur nella loro programmatica poeticità (e quest'unione perfetta e godibile di due archetipi forse è l'espediente di maggior efficacia, per spiegare il quale basterebbe anche solo l'immagine di sinistra). Parlano per frasi secche, per slogan e affermano passioni che non conoscono mezze misure, eppure quando Vienna al buio della sera, illuminata da un faro solo in volto, piange confessando di aver sempre aspettato Johnny è un momento di quelli che non si scordano facilmente.
Se c'è qualcosa di più tipico del titolo italiano che è stato appioppato a questo film è il titolo originale, nella più grande tradizione del Wilder che guarda a Lubitsch.

Il film neanche a dirlo è tutto girato e ambientato in Italia, a Ischia per la precisione, e mette in piedi una serie di dinamiche tipiche dei film della coppia Wilder/Diamond, ovvero una storia d'amore in divenire che costringe un meschino individuo di città a scendere a compromessi e quindi a guardare con un'altra ottica la sua vita passata. In mezzo si muove la macchina sociale che in questo caso è rappresentata dalla burocrazia kafkiana italiana e dai sistemi clientelar-mafiosi utili ad aggirarla.

E' sempre divertente vedersi prendere in giro con gusto, Wilder poi in più di un'occasione centra proprio il bersaglio dimostrando o di aver passato molto tempo in Italia o (cosa più probabile) di essersi affidato alle persone giuste. Il contrasto tra la cultura pragmatica statunitense e i tempi italiani ("Adesso non si può, è tutto chiuso! Torni dopo pranzo, verso le 4"), i rapporti di forza, i sistemi consolidati di aggiramento delle leggi ecc. ecc. costituiscono il cuore del meccanismo comico (meno efficaci infatti le parti lasciate al duo Lemmon/Mills).
Ma è solo quando alla fine entra in scena l'uomo dell'intelligence statunitense che si ride davvero e di gusto.

Si perchè Che cosa è successo tra mia madre e tuo padre? decisamente non sembra un film firmato Wilder/Diamond tanto appare adagiato su se stesso nella scrittura e conservatore nella regia. Sembra addirittura che la famosa regola wilderiana per la scansione del racconto in forma di commedia (una storia in tre atti con un finale di secondo atto molto forte) non sia per nulla rispettata, perchè è proprio a tre quarti che il film muore, arenandosi in una serie di deviazioni non divertenti e non graffianti.
Piccola parte per Pippo Franco.
Mag 0927

Gli Esclusi (A Child is Waiting, 1963) di John Cassavetes

Pubblicato da Gabriele Niola alle 13:05 in Anni '60


Diversamente dai film totalmente indipendenti realizzati prima e dopo, Gli Esclusi è un film decisamente più inquadrato nel sistema hollywoodiano e quindi più "canonico" non per questo però meno rappresentativo delle idee cinematografiche cassavetesiane.

Per raccontare il tema, allora inedito, delle difficoltà emotive di bambini mentalmente disabili Cassavetes guarda all'Europa (ma anche ai più eversivi registi americani vedi Browning) e prende veri disabili (tutti tranne il protagonista), sceglie di credere nella profondità di campo fino alla morte come faceva la Nouvelle Vague e punta tutto sulla recitazione appoggiandosi a Burt Lancaster, Judy Garland e Gena Rowlands.

Se però il film si trascina più che altro su binari abbastanza canonici, con alcuni momenti che addirittura stonano sulle idee libere di Cassavetes (vedi le inquadrature di Judy Garland fatte con la calza) e un montaggio rivisto dal produttore che appiattisce il ritmo generale, nel finale il lavoro straordinario che il regista/attore era solito fare sugli attori paga nella scena finale.

C'è una recita e come spesso capita nei racconti una rappresentazione fasulla (in questo caso il primo giorno del ringraziamento) lascia emergere sentimenti reali e per la prima volta vediamo il protagonista esternare qualcosa. E' una lunga scena quasi solo di volti dove le battute non contano più nulla e tutto è lasciato alle facce straordinarie (e vere) dei disabili e a quelle straordinarie (e fasulle) degli attori tutti. Bambino compreso.
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