<font color=Black><font size=3>Io E Il Ciclone (<i>Steamboat Bill Jr.</i>, 1928)</font><br>di Charles Reisner</font>
Pubblicato da Gabriele Niola alle 15:44 in Anni '20
Variazioni sul tema dell'inettitudine, come era stato anche in College e come spesso accade in Keaton, in questo caso nemmeno troppo originali.
Così il film si barcamena sul filo di un'esile trama e trovate non felicissime, fino all'arrivo del ciclone del titolo, momento di totale distruzione e anarchia fisica in cui Keaton dà il meglio di sè e del suo cinema: tanta fisicità, effetti speciali impensabili, edifici che precipitano, alberi che volano, case che si scoperchiano e in mezzo sempre lui, impassibile tutto intento ad organizzare mille modi per sopravvivere.
Difficile non pensare al cinema di Chaplin nel guardare Keaton, specialmente per il tipo di comicità slapstick, ma ancora una volta molto cose li separano, specialmente l'occhio con cui vedono il mondo.
Keaton, a differenza di Charlot, è integrato con gli esseri umani (anche se non è mai una figura carismatica per via del suo carattere sensibile) ma litiga con gli oggetti, mentre il vagabondo non è integrato con nessuno, al limite ha un unico amico (che alternativamente sono cani, donne e bambini) cosa che rimarca quanto egli sia ai margini della società, e lotta sempre contro gli altri esseri umani, contro la società, riutilizzando gli oggetti in maniera creativa.
Là dove Keaton si aggira in un mondo in cui la fisica gli è ostile (addirittura la ciambella che fa cadere in mare affonda) Charlot si dimena in un universo in cui la società tutta (dagli uomini alle figure dell'ordine) gli è ostile, mentre sono gli oggetti la sua salvezza.
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