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Il Grande Uno Rosso (The Big Red One, 1980) di Samuel Fuller

Gabriele Niola avatar Lunedì 21 Maggio 2007, 11:17 in Anni '80 di Gabriele Niola
La guerra secondo Samuel Fuller è una lunga discesa negli inferi, prospettiva non nuova per lo spettatore del 2007 ma decisamente in linea con i tempi per lo spettatore del 1980. Ancora di più il film rigoroso e fortemente inquadrato nello stile hollywoodiano si permette di esplorare con forte anticipo i temi di Full Metal Jacket.
La disumanizzazione della guerra, il progressivo scivolare in una dimensione quasi sospesa e il culto della sopravvivenza come unico appiglio possibile.
Nonostante lo stile li metta ad anni luce di distanza (Fuller classicissimo e in fondo militarista e Kubrick iconosclasta e antimilitarista) i loro due film di guerra moderni si somigliano molto. Certo in Il Grande Uno Rosso il protagonista è un Lee Marvin che più inquadrato nei canoni americanicisti non si può e il fronte statunitense è mostrato forte compatto e umano come solo la miglior propaganda USA può fare. Eppure in molti momenti il discorso operato sulla guerra (e non sulle parti in causa che sono il più manichee possibile) è veramente originale e sentito, quasi di rottura. Inoltre la narrazione secca asciutta e classica di Fuller è un gioiello di invisibilità e maestria.
Il film si dipana lungo una serie di battaglia di un piccolo plotone che di volta in volta si unisce ad altri battaglioni ma è sempre l'unico a rimanere illeso, non sono supersoldati ma uomini semplicissimi che per sopravvivere sono più freddi degli altri. Progressivamente (dall'Algeria all'Italia e dalla Normandia al Belgio) perdono sempre più umanità, ma non in maniera esplicita, il loro essere disumani si misura nel non riconoscere più i compagni e nel non provare più pena, dolore o preoccupazione per le nuove leve che muoiono come mosche. Come i grandi registi Fuller non mostra ma suggerisce attraverso piccoli particolari di narrazione che solo alla fine compongono una visione di mondo.
Film per molti versi militarista anche se contro la guerra (in maniera simile a moti exploit del genere di Clint Eastwood), con un finale un po' buonista e in linea con una politica di riconciliazione. Quello che si perde nei particolari il film lo guadagna con lo sguardo di insieme, malinconico e distaccato.

Quando ho visto Mark Hamill non ci potevo credere che aveva fatto un altro film di spicco nella sua carriera...

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