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Lug 0911

Johnny Guitar (id., 1954) di Nicholas Ray

Pubblicato da Gabriele Niola alle 22:47 in Anni '50


Finalmente recupero quest'immancabile della filmografia di Nicholas Ray, un film assolutamente all'altezza delle lodi arrivate da tutte le parti, uno straordinario western non-western. E poi ogni western, ma che dico?! Ogni film! con Ward Bond andrebbe visto.
Infatti Johnny Guitar sembra che sia stato scritto per essere un perfetto film western ma poi diretto per essere un noir. E probabilmente è così visto che il soggetto viene da un romanzo.

I temi messi sul piatto infatti sono classici del genere. C'è la donna contesa (c'è anche un uomo conteso), c'è la frontiera che scompare per l'arrivo della ferrovia, un accenno di fine del mito del west, c'è l'uomo solo contro tutti e c'è pure lo showdown finale. Ma poi nello svolgersi il film adotta strategie da vero noir perchè racconta di personaggi disperati che hanno un passato da lasciarsi alle spalle (che è una cosa tipica dei film di Ray), che vogliono amarsi contro tutti e soprattutto contro il destino, racconta di un mondo violento sia fisicamente che moralmente, utilizza i mutamenti di atmosfera per parlare dei mutamenti interni ai personaggi ed è anche lungamente ambientato in un locale.

Ma quest'unione non basta. Johnny Guitar infatti va ancora più in là utilizzando il colore in una maniera originalissima (anche perchè lo standard usato era lo stranissimo Trucolor) per comunicare con più forza il sottotesto del film, sulla tolleranza e l'imperante caccia alle streghe, ma anche le passioni (con tutta la metafora del fuoco che sfocia nell'incendio).
Esiste un rigore e una lucida geometria nel descrivere i sentimenti che pervade l'intera pellicola e che fa sì che i personaggi archetipi sia da western che da noir risultino credibili e veri pur nella loro programmatica poeticità (e quest'unione perfetta e godibile di due archetipi forse è l'espediente di maggior efficacia, per spiegare il quale basterebbe anche solo l'immagine di sinistra). Parlano per frasi secche, per slogan e affermano passioni che non conoscono mezze misure, eppure quando Vienna al buio della sera, illuminata da un faro solo in volto, piange confessando di aver sempre aspettato Johnny è un momento di quelli che non si scordano facilmente.
Mag 0911

Tormento (1950) di Raffaello Matarazzo

Pubblicato da Gabriele Niola alle 15:23 in Anni '50


Tra Catene e Figli di Nessuno, c'è Tormento, secondo capitolo dell'iniziale trilogia sul ruolo della donna, la sua vessazione continua e il rapporto con il sacro del trio Matarazzo/Sanson/Nazzari.

Rispetto agli altri due film Tormento è nettamente più asciutto e ridotto all'osso, non tanto nella sceneggiatura quanto nello svolgersi degli eventi, riassunti per punti chiave ancor più che negli altri film. Stavolta è tutto un succedersi di colpi di scena e momenti topici senza altri fronzoli, senza però che questo appesantisca il tutto o che ne vada del melodrammatismo generale. Anzi, semmai è tutto di nuovo funzionale al momento del primo piano con violini sparati al massimo.

Tormento poi affronta in maniera ancora più frontale il tema religioso (colpito di striscio in Catene e affrontato non di petto in Figli di Nessuno), creando una trama orchestrata attorno ad un figlio fuori dal matrimonio e alla conseguente punizione del fato che arriva inesorabile (e multipla!).

Senza mai apertamente condannare Matarazzo mostra un mondo dai valori arretrati (anche per l'epoca) e quindi popolari, un mondo in cui i personaggi (specialmente quelli positivi) ragionano secondo dettami di una morale provinciale e bigotta e che indirettamente proprio per quei dettami si trovano a soffrire. In special modo le donne, vittime di una struttura sociale infamante (specialmente in Catene) e vero punto di raccordo di tutte le ingiustizie della società. Qui ad andare in galera è lui ma a rimetterci davvero è comunque lei, punto nodale del melodramma.

Riguardo quel vecchio discorso sugli echi disneiani in Matarazzo, qui c'è tutto il modo di concepire il ruolo, le fattezze e l'atteggiamento della matrigna che è degno dei migliori lungometraggi d'animazione. Senza contare la scena della fuga dallo pseudo-convento! Praticamente Cenerentola...
Apr 0926

Brama di Vivere (Lust For Life, 1956) di Vincent Minnelli

Pubblicato da Gabriele Niola alle 23:54 in Anni '50


La mia proverbiale ritrosia rispetto ai biopic subisce una piccola battuta d'arresto davanti a questo film su Vincent Van Gogh. Una delle argomentazioni che solitamente adduco infatti è: "...e poi non sempre una persona straordinaria nel suo lavoro ha avuto una vita talmente straordinaria da valere un racconto". In questo caso chiaramente è stato così. Non solo, Van Gogh è stato anche un personaggio veramente cinematografico.

In più Minnelli realizza il film con un gusto pittorico pazzesco, come se quello fosse l'unica finalità della pellicola (che magari era pure vero). Non è che mette dipinti come sfondi, ma semplicemente prolunga le scene con dei fondali o alle volte delle vere ambientazioni in esterni straordinariamente somiglianti ai dipinti del pittore. Per il resto le molte variazioni cromatiche che introduce, i giochi di luce e sostanzialmente tutta la stilizzazione dei paesaggi è autonoma e non vangoghiana. Cioè non imita quei dipinti, ne riprende i soggetti e li mette in una forma "poetica" per il cinema.

Insomma è Minnelli al 100% che si occupa di Van Gogh, cospargendo il film con le consuete delicatezze e le piccole idee cui ci ha sempre abituati.
Inoltre Brama di Vivere parla anche molto dei dipinti, del modo di dipingere, dell'ossessione creativa, di luci, colori, colleghi ecc. ecc. insomma si guarda alle peculiarità del lavoro, almeno quanto si guarda a quelle dell'uomo.
Alla fine il risultato non è un capolavoro, il film spesso cala di ritmo e sembra perdere di interesse rincorrendo un'idea molto vecchio stampo dell'artista pazzo, ma la visione rimane comunque un piacere. E poi non mi ero mai accorto di quanto Kirk Douglas gli somigliasse.
Feb 0924

Radiazioni BX: Distruzione Uomo (The Shrinking Man, 1957) di Jack Arnold

Pubblicato da Gabriele Niola alle 16:04 in Anni '50


Quando si dice che la tecnica deve seguire le linee della trama ed essere al suo servizio si pensa a The Shrinking Man, uno dei film tecnicamente più sorprendenti degli anni '50, realizzato con estrema perizia tecnica, dispendio economico e trovate geniali per raccontare la straordinaria storia di un uomo che rimpicciolisce di giorno in giorno utilizzando tutte le tecniche note all'epoca e pure di più.

Lungi dall'essere l'ennesimo horror a basso costo o a basso tasso di complessità The Shrinking Man è un film di un'audacia rara, orchestrato inizialmente come il classico film di tensione e in seguito come pura avventura.
A partire dal romanzo di Mateson il regista si concentra sul dilemma interiore del personaggio lasciando appositamente da parte tutte le implicazioni sul futuro di una vita del genere. Concentrandosi prima sulla spiegazione di quello che succede e successivamente sul racconto delle titaniche lotte contro animali giganti in cantina, Jack Arnold (che già aveva diretto Il Mostro Della Laguna Nera) sembra dimenticare il cuore del racconto solo per ripescarlo in un finale indimenticabile.

Drammatico quanto un film drammatico nella prima parte e avventuroso come alcuni dei migliori film avventurosi nella seconda (quelli che pongono un uomo a confronto con la propria idea di umanità) The Shrinking Man lascia che lo spettatore si cali completamente nella situazione prima di proporgli il più inquietante degli interrogativi e con esso lasciarlo. Se il protagonista rimpicciolisce di continuo fino a dove potrà arrivare?

E' cinema altissimo non tanto per le parole che vengono pronunciate, quanto per il modo con il quale riesce a rendere tutti partecipi di una vicenda che costringe a ripensare se stessi e il proprio posto nel mondo.
Feb 0914

The Ghost Of Yotsuya (Tokaydo Yotsuya Kaidan, 1959) di Nobuo Nakagawa

Pubblicato da Gabriele Niola alle 10:08 in Anni '50


FUTURE FILM FESTIVAL 2009
RETROSPETTIVA

E finalmente, non senza una certa attesa, sono arrivato al film considerato fondamentale del filone horror di Nakagawa. 76 minuti abbastanza tirati tratti da un'opera per teatro Kabuki, un testo di partenza quindi classicissimo e davvero forte (storia di vendette, oppressioni e fantasmi che tornano), e realizzazione di prim'ordine.
Esterni in realtà girati in interni per controllare tutto (e che controllo! La scena del vento nella palude è stupenda), trovate sceniche ardite e funzionali, nakagawismi a iosa e alcune idee di paura decisamente efficaci. Di tutti i film visti questo è il primo che mi ha spaventato, il che già è qualcosa.

Passando alle parti negative devo dire che alla fine il modo che ha Nakagawa di intendere il cinema comunque non mi trova daccordo. Le soluzioni ardite (che spesso prevedono i protagonisti in scena dietro qualcosa, cioè con qualcosa che impedisce la piena visione) sembrano sempre fini a se stesse, cioè non si inseriscono mai in un flusso che aumenti il senso di una scena e proprio per questo tirano fuori dal film, ci si rende conto dell'artificio di messa in scena insomma.
Ancora la sostanziale freddezza anche davanti a trame molto empatiche non mi trova quasi mai daccordo e nonostante un gusto estetico altissimo (però siamo in Asia qui è di casa) alla fine non c'è mai vero stupore.

Tutt'altro discorso poi è quello che va fatto sull'innovatività di questo film. Non conosco talmente bene l'horror nipponico degli anni '50 e '60 per poter dire che si tratti di idee uniche e nuove, tuttavia finalmente ho visto ciò che ho letto su Nakagawa: tutto il j-horror moderno.
Il concetto della paura esposta e non nascosta, le immagini e le soluzioni che hanno fatto la fortuna (per dirne uno) di The Ring sono tutte qua (dai capelli, all'acqua, ai ritorni), applicate con intelligenza e inserite in un racconto davvero nella maniera migliore.
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